I commenti dall'Italia

Nicola Stella
(Secolo XIX)
    Pier Paolo Rivello,
procuratore
    Olivia Bellotti
(parte civile)
    Le reazioni
a Genova

Dal Secolo XIX del 6 luglio 2002

Nicola Stella (Secolo XIX)

Non è il giudizio della Storia
di Nicola Stella

A giudicare Friedrich Engel è stato il tribunale di Amburgo, che ha agito in base alle leggi tedesche, con le attenuanti previste per un uomo di 93 anni e soprattutto per chi viene processato a distanza di 58 anni dai reati commessi. A giudicare Friedrich Engel, non era, insomma il Tribunale della Storia, davanti al quale i sette anni di reclusione (virtuale) per il feroce eccidio di 59 civili inermi appaiono come un verdetto scandaloso, che suscita indignazione. Davanti al Tribunale della Storia - per quanto è emerso ad Amburgo e nel precedente processo di Torino - Engel è il boia del Turchino", appellativo con il quale meriterà di essere ricordato. giudici di Amburgo, con la loro sentenza, hanno riconosciuto che l'ex SS è colpevole di un massacro efferato, che andò molto al di là delle normali procedure militari. In questo si sono allineati al Tribunale della Storia. Almeno in questo il sentimento di giustizia "assoluta" che tutti abbiamo si allinea con le architetture giudiziarie. Sarebbe da discutere, forse, sul modo in cui un ergastolo chiesto dalla pubblica accusa possa ridursi a sette anni malgrado il giudizio, nel riconoscimento della colpevolezza, converga con la requisitoria del procuratore generale. Si può legittimamente obiettare che i giudici tedeschi avrebbero potuto applicare comunque la pena massima di 15 anni pur avendo scelto di applicare le direttive secondo le quali un imputato non può essere condannato all'ergastolo qualora venga giudicato oltre 30 anni dopo i suoi delitti. Ma, razionalmente, incassato il pronunciamento - netto - di colpevolezza, il resto è poco più di un dettaglio, tantopiù sapendo che, data l'età, in carcere Engel non ci finirà mai. Per mezzo secolo ha vissuto come se nulla fosse, come tanti altri criminali nazisti. La condanna non lo cambierà di sicuro, a 93 anni, e con la ferrea convinzione di aver fatto il proprio dovere di soldato. Un uomo che, in modo agghiacciante, è rimasto fedele al Fuerher e che all'inviato del Secolo XIX ha esternato giudizi di ripulsa verso la democrazia in cui vive. Con lui si incarna nella storia concreta un personaggio spesso rappresentato nel cinema e nella letteratura. Quello del soldato che tende a confondere il coraggio con la ferocia, l'onore con l'ottusità. Hanno detto i giudici di Amburgo: "Processiamo un uomo, non il nazismo". Però leggendo le cronache del processo, imbattendoci nella figura di Engel, qualcosa in più sul nazismo dovremmo averla imparata.


Dal Secolo XIX del 6 luglio 2002
di Isabella Villa

Pier Paolo Rivello, procuratore del Tribunale militare di Torino che condannò Engel in contumacia all'ergastolo


Genova. Non vuole commentare sentenza, "prima bisogna leggere motivazioni", ma l'amarezza non nasconde Pier Paolo Rivello, il procuratore che portò virtualmente Friedrich Engel davanti al Tribunale militare di Torino facendolo condannare in contumacia all'ergastolo per le stragi della Benedicta, del Turchino, dell'Olivetta di Portofino di Cravasco.
Un bilancio tragico di 246 civili morti. Procuratore s ette anni non le sembrano un po' pochi?
"Preferisco non commentare. I commenti a caldo potrebbero essere rettificati dalla lettura delle motivazioni della sentenza. Certo sette anni sono una pena molto bassa per crimine particolarmente efferato. Cerco però di guardare il lato positivo della vicenda e per questo provo una certa soddisfazione: anche in Germania è stata riconosciuta colpevolezza di Engel, anche se speravo in una condanna più forte".
Anche in Germania comunque il pm aveva chiesto l 'ergastolo.
"Prima del processo il procuratore Jochen Kuhlmann è venuto in Italia, abbiamo parlato, collaborato. Sapevo della sua intenzione di chiedere l'ergastolo. Per la strage del Turchino era facilmente sostenibile. C'era l'aggravante dell'efferatezza che è stata riconosciuta in Italia e poi anche in Germania ".
Ma Engel ha sempre sostenuto di essere un mero esecutore e di aver solo assistito alla fucilazione.
"I dati raccolti prima del processo in Italia lo smentiscono. Il suo vero ruolo è emerso in maniera evidentissima. Dopo l'esplosione al cinema Odeon fu lui a coordinare la rappresaglia, fece riunioni, organizzò la logistica del Turchino. Tutte cose che nel corso delle udienze sono emerse chiaramente".
Come mai ha deciso di aprire un fascicolo sulle stragi naziste a 50 anni dai fatti?
"Gli atti relativi a quei fatti erano conservati a Roma nel cosidetto "armadio degli scandali".
Nel '94 furono trasferiti alle Procure di competenza. Nel '96 chiesi all'Interpol di scoprire chi dei presunti responsabili fosse ancora vivo. Scoprirono che Engel viveva ad Amburgo, trovammo documenti molto importanti che lo identificavano come criminale nazista, così decidemmo di procedere".
Dopo la condanna all'ergastolo non ha chiesto l'estradizione?
"Comunicai alle autorità giudiziarie tedesche l'esito del processo. A quel punto avevano due possibilità: concedere l'estradizione o processarlo a loro volta. Scelsero la seconda ".
Ma Engel ha mai appellato la sentenza italiana?
"No, tanto che è passata in giudicato. Engel è iscritto nel registro di Schengen e se lasciasse la Germania sarebbe arrestato".
Vista l'età comunque difficilmente conoscerà il carcere.
"Troveranno delle misure alternative così come è stato fatto per Priebke. Certo che è triste pensare che la sua condanna è pari a quella che verrebbe inflitta per una vicenda di corruzione. Sicuramente è una sentenza negativa sul piano simbolico ".


Dal Secolo XIX del 6 luglio 2002
di Renzo Parodi

La parte civile: è un grande risultato

Amburgo. "No, non è stato così difficile decidere, non lo è mai quando il caso è chiaro". Il presidente della corte che ha giudicato l'ex ufficiale nazista, commenta la sentenza e spiega come ci si è arrivati. "Non si sa che cosa sarebbe accaduto se Engel si fosse rifiutato di eseguire la rappresaglia. Forse sarebbe stato trasferito sul fronte orientale della guerra, o non avrebbe subìto conseguenze. E' chiaro invece il ruolo che ha giocato al Turchino. La Marina ha fornito i soldati per il plotone di esecuzione, ma la regia e l'organizzazione risaliva alle SS, cioè ad Engel. Era lavoro loro, non avrebbero mai accettato di delegare qualcun altro". Perché solo sette anni? "Il tempo trascorso conta. Non è colpa di Engel se sono passati quasi 60 anni, la colpa è delle autorità italiane e tedesche che non lo hanno mai cercato e messo sotto accusa. Trent'anni fa sarebbe stato condannato all'ergastolo". Il mobile che conteneva, con altri 700, il faldone con la documentazione su Engel è rimasto sepolto per 34 anni (dal 1960 al 1994) in un armadio con le ante rivolte contro un muro dei sotterranei di palazzo Cesi, a Roma, sede della procura militare generale. Ragioni politiche sconsigliarono di prendere visione di documenti che avrebbero permesso, all'epoca, di processare migliaia di criminali nazisti. La Germania, in tempi di guerra fredda, era diventata il baluardo della Nato verso l'Urss, il nuovo nemico. Non era il caso di scavare nel passato nazista, moltissimi ex ufficiali della Wehrmacht erano entrati nella Bundeswehr, l'esercito federale. Neppure a noi italiani conveniva indagare, anche le truppe dell'Italia fascista si erano macchiate di atrocità ai danni delle popolazioni civili durante l'occupazione della Jugoslavia e della Grecia. Soddisfattissimi il procuratore Jochen Kuhlmann che ha retto l'accusa e l'avvocato Olivia Bellotti, parte civile per conto dei familiari di due caduti: il figlio di Luigi Rocca, Giancarlo, di Santa Margherita, e il fratello di Ubaldo Ottonello, Andrea, di Masone. "La corte ha fatto un buon lavoro - ha commentato Kuhlmann - la questione se Engel andrà o no in carcere è rimandata a quando la sentenza passerà in giudicato. Credo che Engel troverà un medico che certificherà che a causa dell'età e della salute incerta non potrà affrontare la carcerazione ". "Engel è stato condannato per ciò per cui è stato processato: omicidio plurimo aggravato da motivi di crudeltà. - ha commentato l'avvocato Bellotti - E' stato ritenuto responsabile della morte dei 59 ostaggi fucilati al Turchino. E' un grande risultato. L'esito d el p rocesso n on e ra a f f atto scontato. Il filo per arrivare alla condanna era molto esile".


Da "La Repubblica" del 6 luglio 2002
di Vanna Vannucci

Le reazioni a Genova:
Ennio Odino, Raimondo Ricci, il Presidente della Provincia, il Sindaco, il Presidente della Regione Liguria

«Non ce l'ho con lui, ma con chi ha nascosto i fascicoli dei crimini nazisti: sono loro che dovrebbero essere processati», dice Odino, che si salvò perché davanti al plotone d'esecuzione stava aiutando un compagno ferito a restare in piedi e il suo corpo gli fece da scudo. Cadde e si finse morto. Nella città dei Martiri del Turchino, la sentenza è come un pugno nello stomaco. A mostrarsi più distaccati sono proprio coloro che dalla strage riuscirono a salvarsi. Odino, che dice: «Per quello che mi riguarda Engel può rimanere a coltivare il suo orto, ma il processo era importante per stabilire la verità». L'altro grande vecchio della Resistenza, il vice presidente dell'Anpi Raimondo Ricci che ad Amburgo è stato testimone dell'accusa, (era nella lista dei prigionieri), dice: «Sono soddisfatto: è stata affermata la piena responsabilità di Engel e la sua crudeltà. Ma non condivido il principio di non irrogare l'ergastolo ». Sono invece incredule le reazioni della città: «Sembra quasi una presa in giro, è una pena offensiva», dice il presidente della Provincia, Alessandro Repetto. Il sindaco, Giuseppe Perìcu: «Ci aspettavamo una pena rilevante, visto che la sentenza riconosce Engel colpevole ». Per il presidente della Regione, Sandro Biasotti: «viene da chiedersi se per arrivare ad una sentenza del genere e riaprire le ferite dei familiari, sia valsa la pena di fare il processo».