| "Difendo la
Costituzione"
L'incontro col Presidente inizia con una lunga
e piacevolissima conversazione. Si parla del Mezzogiorno, di Bari in particolare,
dei suoi soggiorni nella città dell'Adriatico, della casa dove abitavano,
dei suoi familiari. La rotonda sul lungomare. Ricordi. Oscar Luigi Scalfaro
sorride durante questo piacevole racconto. Non sorride più nel corso
di tutta l'intervista. Scalfaro affronta temi di bruciante attualità:
l'articolo 18, lo sciopero generale, il ruolo dei partiti, tangentopoli,
la funzione della magistratura, la questione democratica, la guerra,
l'antifascismo. Affronta questi argomenti affidandosi spesso al ricordo di
episodi del passato che in qualche modo esprimono una lezione per il presente.
Cita spesso la Dc, Alcide De Gasperi. La sua storia.
Si vede: il Presidente è preoccupato. Ma non assume mai toni da tribuno,
da politico in prima linea, da uomo di parte. Sullo sfondo, un assillo: la
difesa della Costituzione repubblicana. La salvaguardia della nostra
democrazia.
Martedì c'è lo sciopero generale. L'articolo 18 viene visto
come il simbolo di una regressione delle conquiste sociali di mezzo secolo.
Lei condivide la posizione dei sindacati in difesa dell'art. 18? E come giudica
questo sciopero generale?
Francamente c'è da ammirare Sergio Cofferati. Il segretario della
Cgil ha dimostrato doti di saggezza, di equilibrio, di pacatezza; assieme,
sta perseguendo la rigorosa attuazione di una chiara e serena linea di movimento
che non ha subito alterazioni, e non per una forma di ostinazione, bensì
per un convincimento profondo.
Sulla vicenda dell'articolo 18 non voglio esprimere un'opinione di tipo
sindacale; non posso che dare una valutazione politica.
Non c'è nulla di più grave del far sorgere in un lavoratore
il dubbio, la paura, l'angoscia relativa all'incertezza del suo lavoro. lo
sono figlio di un dipendente dello Stato. Mio padre lavorava alle Poste.
Ricordo quel giorno, quando in casa io ero un ragazzino mio padre tornò
triste, umiliato. Gli avevano comunicato che doveva iscriversi al partito
fascista.
L'alternativa era il licenziamento. Eravamo in quattro. Ricordo come papa
ce ne parlò. Era l'unico in famiglia che lavorava. Rimasi ad ascoltare
e compresi che si trattava di una imposizione che feriva la dignità
della persona. Ecco perché la tessera fascista veniva chiamata la
tessera del pane. Ho pensato a questi ricordi a proposito dell'art. 18. E'
tale la mortificazione della persona umana se sorgono incertezze sul proprio
lavoro che si spiega pienamente la protesta del sindacato.
I grandi partiti di classe e interclassisti Pci, Psi, Dc non ci sono
più. Né ve ne sono altri, per ora, che in modo simile hanno
raccolto la bandiera della rappresentanza dei lavoratori. Fino a quando
andrà avanti la carenza grave di rappresentanza politica
democratica?
Il sindacato sta svolgendo un'attività di tipo pienamente sindacale.
Ma è vero che si registra l'assenza o la diminuzione del ruolo dei
partiti. Si tratta di una funzione primaria che molti hanno contribuito a
demolire, e hanno giudicato questa demolizione un successo. In realtà
l'attività dei partiti è riconosciuta dalla Costituzione; il
loro compito è soprattutto quello di costituire un legame fra il popolo
e le istituzioni. Ebbene, nessuno dei grandi soloni contrari ai partili ha
trovato qualcosa di diverso per colmare un vuoto che ritengo grave e pesante.
lo ero magistrato e dell'Azione Cattolica. Non mi iscrissi subito al partito,
ma solo dopo essere stato messo in lista per l'Assemblea costituente. Lo
feci per un atto di lealtà, perché mi riconoscevo totalmente
nelle impostazioni programmatiche della Dc. I partiti allora facevano un'opera
di formazione, di educazione politica. Mi ricordo che andavamo ad ascoltare
i dibattiti, anche di altri partiti, perché volevamo capire, imparare.
I partiti erano cultura, formazione. Noi oggi abbiamo un vuoto della politica.
I politici commentano i fatti, ma raramente li commentano sul piano propriamente
politico. Quando la Dc, da partito di progetto, di grandi schieramenti, di
disegni strategici, è diventato il partito delle correnti non più
espressioni di visioni politiche diverse ma con l'unico obiettivo del potere,
il partito è morto. Il partito è il luogo del pensiero politico;
deve saper aiutare le persone a pensare; certo è giusto che ci sia
anche il problema del potere; ma quando il potere annulla il pensiero, il
partito non svolge più la sua funzione essenziale, che è
principalmente di cultura.
Gran parte dell'elettorato di centrodestra coincide con gli antichi bacini
elettorali della Dc. Eppure la "casa delle libertà" rappresenta per
alcuni aspetti una cultura politica opposta a quella della Dc. Come mai?
Si spiega innanzitutto lo dicevo prima con l'assenza di cultura politica.
Ricordo qualche dibattito che ho avuto quando è iniziata questa campagna
di distruzione dei partiti. C'era chi sosteneva che noi, gli eletti, dovevamo
semplicemente rappresentare gli umori dell'elettorato. In sostanza: "se parte
dell'elettorato Dc si è spostato verso destra è bene seguirlo".
Non accetterei mai un'impostazione di questo genere, perché gli eletti
non hanno vincolo di mandato, e guai a noi se l'eletto dovesse essere
condizionato dalle fasi emotive della folla. In un contratto serio con gli
elettori la persona eletta è un capofila, è una guida che si
muove certo ascoltando, perché occorre ascoltare sempre l'elettorato.
Farsi guidare dagli elettori ovunque vadano sarebbe un capovolgimento totale
di impostazione e anche di intelligenza politica. Ciò che deve avere
il politico, l'eletto, è la capacità di interpretare la
realtà e le attese della gente; da ciò deriva la sua capacità
di decidere.
Oggi c'è una caduta di valori impressionante: quando trovo persone
di sinistra, persino di estrema sinistra, schierate con la destra, non ne
capisco il senso. Mi chiedo come si possa dire: siamo socialisti e siamo
nella Casa delle libertà. Non è problema di destra o di sinistra,
è mancanza di valori fondamentali. Ho vissuto l'Assemblea costituente.
Ricordo quando Togliatti cacciò due parlamentari del suo partito.
Questi si dimisero ma il Parlamento respinse le dimissioni perché
l'eletto non aveva, e non ha, vincolo di mandato. Quando capitavano fatti
del genere i parlamentari usciti dal loro gruppo entravano nel gruppo misto
e non prendevano più la parola durante la legislatura salvo casi
eccezionali. Altri tempi! Oggi c'è, per così dire, un'
"agilità" nei cambiamenti di partito che lascia sconcertati.
Il 17 febbraio 1992 i carabinieri arrestavano a Milano il signor Mario Chiesa.
Nasceva il caso che doveva cambiare l'Italia. Tangentopoli. Il 31 dicembre
nel Suo messaggio di fine anno ricordò agli italiani la questione
morale, sostenne che chi è incappato nel codice penale deve pagare,
e auspicò la serenità di giudizio. Sappiamo cosa è successo
dopo. Il ciclone giudiziario che sconvolse l'Italia fu necessario, giusto,
opportuno, o no?
Confermo tutto quello che dissi allora. Poche settimane fa sono stato invitato
a Salerno al congresso dell'Associazione Nazionale Magistrati. Sono stato
sommerso dagli applausi. Ho sentito il calore di un abbraccio collettivo
di grande intensità. Me lo spiego. Il Capo dello Stato, come si sa,
è il Presidente del Consiglio Superiore della magistratura. Quando
rivestivo quella altissima responsabilità ho sempre partecipato alle
riunioni del Csm nei momenti difficili. Oggi i magistrati ricordano questo
mio ruolo in quegli anni complicati.
A proposito della cosiddetta tangentopoli, io ho condannato l'eccesso di
carcerazione, gli arresti di persone senza una contestazione chiara, in attesa
e al fine che l'arrestato confessasse; ciò è inammissibile.
Ho denunciato allora la violazione del segreto istruttorio, perché
c'erano cittadini che leggevano sul giornale che sarebbe loro arrivato l'avviso
di garanzia. Gravissimo. Ho condannato questi come fenomeni inaccettabili.
Ma da Capo del lo Stato sono sempre stato schierato con la magistratura:
credo che la magistratura debba sentire la solidarietà e l'appoggio
di chi è garante della Costituzione. Veniamo alla sostanza del problema:
è vero che ci sono stati degli imputati poi risultati innocenti; ma
che oggi si voglia sostenere che erano tutti innocenti e perseguitati è
totalmente lontano dalla realtà dei fatti.
Nel 1998, alla fine del Suo mandato, Lei auspicò "la ricucitura
fra politica e magistratura, fra giudici e politici". Oggi, viceversa, c'è
un assalto anche volgare, a mio avviso, dell'esecutivo verso il potere
giurisdizionale. E' in pericolo l'autonomia e l'indipendenza della
magistratura?
Vorrei sperare di no. Senza dubbio c'è stata un'aggressione alla
magistratura. Questo fatto si è consumato, non si può negare
né sottovalutare. E poi sono avvenute una serie di scelte che hanno
avvalorato questa impressione. Come l'intervento legislativo idoneo a incidere
su processi pendenti: le ipotesi ormai sono note a tutti. Siamo rimasti soli
persino sulla vicenda del mandato di cattura europeo. Certo, per assurdo,
se si volesse evitare un'imputazione, si potrebbe abolire il Codice penale.
Potrebbe essere il modo più rapido per risolvere i problemi degli
imputati. Non mi pare il modo migliore per risolvere i problemi della
giustizia.
Lei affermò, sempre nel 1992, che "se crolla la democrazia non
esiste spazio per una magistratura autonoma e indipendente". Vorrei invertire
la domanda: se crolla la magistratura autonoma e indipendente, c'è
spazio per la democrazia? E quale?
No. Non c'è alcuno spazio. Ho toccato già in altre circostanze
questo tema. Ripeto: se i rappresentanti del popolo non riscuotono più
alcuna fiducia, non è solo in crisi il Parlamento ma la stessa democrazia;
ma se il popolo perde ogni fiducia nei giudici lo Stato democratico è
morto. Questo è a mio avviso il ruolo specifico ed essenziale della
magistratura rispetto alla democrazia. La giustizia è la vita della
democrazia.
Una delle garanzie del carattere democratico di uno Stato moderno è
data dalla tripartizione dei poteri esecutivo, legislativo, giurisdizionale
e dalla loro reciproca autonomia. Non le pare che oggi tutto ciò
concretamente messo in discussione dall'esecutivo? Non le pare che lo stesso
ruolo del Parlamento stia cambiando? E in che modo?
Anche in passato si sono registrate anomalie, e non piccole. Abbiamo avuto
abuso di decreti legge. Da Vicepresidente della Camera qualche volta rifiutai
di accettare delle modifiche stravolgenti al momento della conversione in
legge di decreti. Oggi, a mio avviso, c'è un altro eccesso: le leggi
delega. Esse sono impiegabili per esempio quando occorre fare un nuovo codice.
Se diventa sistema si sottrae materia legislativa importante al compito primario
del Parlamento e questa via, in sé lecita, nell'abuso ha sapore
patologico. Aggiungo: nessuno pone dubbi sulle maggioranze legittimamente
conquistate.
Una parte ha vinto le elezioni'? Bene. Ha tutto il diritto e il dovere di
governare. Ma è sufficiente essere maggioranza per realizzare la
democrazia? Una maggioranza potrebbe votare e approvare qualsiasi cosa?
Certamente no. Inoltre ci sono temi sui quali la partecipazione delle opposizioni
diventa politicamente essenziale, vitale.
E ancora: alcuni sostengono che gli elettori sapevano bene che il candidato
premier aveva delle incompatibilità per via dell'attività
imprenditoriale che svolge nel settore delicato della comunicazione: sapevano
bene che aveva delle pendenze di carattere processuale, ciononostante l'hanno
votato. Ma il voto non è un detersivo. Non cancella tutto. Se vi sono
dei fatti di incompatibilità, li lascia come essi sono. E occorre
affrontarli. Se vi sono delle procedure in corso, le lascia come sono. E
occorre clic vadano avanti.
Dare al voto una sorta di funzione liberatoria da tutti i peccati è
un discorso che in nessuna democrazia può trovare spazio.
Lei ritiene realistico lo scenario di una Repubblica presidenziale mi
riferisco a nuovi poteri del Presidente della Repubblica, non del Presidente
del Consiglio e di Silvio Berlusconi futuro Presidente della Repubblica?
Lei ritiene possibile a questo proposito arrivare a una revisione costituzionale?
Mi pare evidente, e lo ritengo legittimino, che il Presidente dell'esecutivo
aspiri a diventare Presidente della Repubblica. Mi parrebbe estremamente
delicato che in vista di questo si cambiassero le norme costituzionali. E'
vero che in passato c'è stata un'ondata assai favorevole all'elezione
diretta del Capo dello Stato. Si parlava, allora, di non i poteri attuali.
E' legittimo clic ci sia una democrazia a carattere presidenziale. E' difficile
sostenere che sia normale e democraticamente corretto che una modifica
costituzionale di così vasta portata si possa attuare in vista di
una individuata particolare candidatura.
In molti vedono fin d'ora in atto un tentativo di modifica di fatto della
Costituzione, seppur essa formalmente rimane, in alcuni suoi articoli essenziali.
Articoli che riguardano i diritti, il carattere giuridico della struttura
economica del Paese, la magistratura. Lei pensa, se condivide questo allarme,
che si possa prima o poi mettere in discussione l'art. 1 della Costituzione,
"L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro", come peraltro
auspicò anni fu il teorico leghista Gianfranco Miglio?
Fui compagno di studi di Miglio, stesso corso all'università cattolica.
Durante l'ultima campagna elettorale, alla quale non ho ritenuto opportuno
partecipare, ho accettato di presiedere dibattili su questo tema: difendo
la Carta costituzionale. Nella vivace polemica elettorale l'allora capo
dell'opposizione si espresse in sostanza con queste parole: con una nuova
maggioranza, potremo cambiare anche la prima parte della Costituzione. Ricordo
che ritenni quell'espressione un attacco, quasi un attentato alla Carta
costituzionale. Per fortuna quelle parole non sono più state ripetute.
Lei non pensa che il rispetto formale della Costituzione accompagnato
dalla sua tendenziale modifica sostanziale sia stato agevolato anche da episodi
avvenuti in passato? E non pensa che in questa direzione i primi e più
gravi strappi siano stati fatti nell'ultimo decennio a proposito degli articoli
11, 78 e 83, in merito alla guerra? Mi riferisco alla guerra contro l'Iraq,
a quella cosiddetta del Kossovo ed all'ultima, in Afghanistan.
L'art. 11 contiene una formula che mi pare straordinaria, icastica,
particolarmente efficace: "L'Italia ripudia la guerra". Una guerra dunque,
per essere costituzionalmente accettata, non può che essere una guerra
di legittima difesa. La legittima difesa, sul piano dei popoli e degli Stati,
deve rispondere a delle norme. Essa non è solo un diritto. Può
essere un dovere.
Non ho apprezzato che questa dell'Afghanistan sia stata definita guerra,
o sono stato Ministro degli interni negli anni del terrorismo. L'ordine che
davamo era, in quegli anni terribili, di trovare i covi dei terroristi.
Attenzione però! Perché ci sia legittima difesa ci deve essere
sempre equilibrio tra l'aggressione e la risposta, e inoltre occorre che
l'aggressione sia in atto. A proposito dell'Afghanistan, serve sganciare
tonnellate di bombe per snidare il nemico? Il suo sterminio è la soluzione
del problema? Certo, i patti vanno rispettati, perché anche questa
è legge morale. Però dobbiamo avere gli occhi aperti. Dobbiamo
sapere che se approvassimo una forzatura dell'art. 11 saremmo fuori dalla
Costituzione. Essere fuori dalla Costituzione su questo tema sarebbe di
gravità particolare.
Dobbiamo trovare sempre l'equilibrio tra il rispetto degli accordi liberamente
e legittimamente sottoscritti, e l'applicazione della Costituzione, cioè
il ripudio della guerra. Penso alla Dc di tanti anni fa. Fin dall'inizio
la linea di De Gasperi fu chiara; Patto atlantico, Unione europea, collaborazione
tra partiti democratici. De Gasperi sosteneva che solo l'Europa politica
avrebbe avuto la forza di dire no alla guerra. E' importante, certo, l'Europa
economica e l'Europa monetaria: ma la moneta non può fermare la guerra.
L'Europa politica sì. Arriviamo al dramma di queste settimane: la
situazione nel Medio Oriente. Occorre partire dal principio che è
inammissibile che una persona si carichi di esplosivo e faccia strage di
altre persone innocenti. Ma tutti ricordiamo fra gli ultimi kamikaze queste
due ragazze di 14 e 16 anni; le mettiamo subito nell'elenco di persone esaltate
sul piano religioso? Oppure prendiamo alto che erano due ragazze che pensavano
di avere solo la possibilità di scegliere come morire? Allora, dopo
aver condannalo il fatto terrorista, possiamo approfondire il problema,
affrontarne le specifiche e drammatiche cause? Concludo sottolineando una
successione preoccupante. Quando abbiamo partecipato all'azione contro Iraq
c'era stata l'invasione del Kuwait. Poi abbiamo avuto la vicenda dei Balcani,
già molto più delicata. Oggi abbiamo l'Afghanistan. Attenzione!
Abbiamo la Costituzione da difendere e da rispettare.
In Italia è quasi scomparso, nel linguaggio istituzionale, il
carattere antifascista della Repubblica. Assistiamo a un revival di tipo
fascista nella toponomastica nella simbologia, nella rilettura della storia.
Eppure proprio oggi sembra necessaria la più grande lezione di quegli
anni: l'unità antifascista. Come possiamo riprendere qui ed ora, signor
Presidente, quella lezione?
C'è da qualche tempo un insinuante tentativo di spostamento di
verità, di alterazione dei fatti La verità è come è,
occorre constatarla; poi si commentarla in modi diversi. Ma preferisco raccontale
un episodio. Sono stato di recente in un paese di nome Cumiana, in Provincia
di Torino, dove si ricordava un fallo terribile. Ci fu uno scontro militare
tra partigiani, repubblichini e tedeschi. Vinsero i partigiani che presero
prigionieri anche dei sottufficiali tedeschi. In un rastrellamento tedesco
di rappresaglia furono portale via circa 150 persone. Erano i giorni precedenti
la Pasqua del 1944. Il parroco, col medico condotto, per giorni aveva corso
disperatamente al fine di salvare gli ostaggi in mano ai tedeschi. Finalmente
si realizzò un'intesa. Quando il parroco pensava ormai di poter annunziare
ai prigionieri di Cumiana la salvezza giunse la spaventosa notizia che il
comandante tedesco non aveva aspettato: ne aveva fatti ammazzare 52. Ci furono
in un momento 33 spose, vedove; decine e decine di orfani. Un dramma sconvolgente
che ha cambialo la storia del paese. Ho incontrato la popolazione 58 anni
dopo. E c'era il Borgomastro di una città vicina a Norimberga. Il
comandante tedesco responsabile dell'eccidio del 1944 era di quella città.
Il Borgomastro aveva espresso condanna senza riserve, senza incertezze
dell'eccidio e dei responsabili nazifascisti. La conoscenza reciproca ha
prodotto un miracolo: si è intessuto un rapporto di amicizia fra le
due popolazioni.
Da un fatto mostruoso è nato un rapporto di fratellanza. Ho citato
questo episodio per dire quanto sia indispensabile che ricordiamo quali sono
state le radici della nostra libertà, della nostra democrazia. Il
no alla dittatura fascista, il no a chi non rispetta i diritti e la dignità
della persona. Attenzione: i termini possono anche cambiare. Possono cambiare
le parole, può cambiare persino la parola antifascismo, ma non cambia
la sostanza. Nessuno può spiegare la Costituzione senza la lotta,
i morti, il sangue, le sofferenze, che sono un patrimonio, una ricchezza
enorme. Sono le radici. Un popolo che perde le radici non sa più chi
è, non ha vita.
Presidente, che messaggio vuoi dare ai nostri lettori a conclusione di
questa intervista?
Un messaggio di difesa della democrazia. Il fatto che in questi mesi vi siano
state manifestazioni in cui cittadini senza schieramenti, senza partito,
siano usciti in piazza in modo pacifico per esprimere il loro pensiero, per
protestare, e un fatto straordinario sul piano della democrazia, perché
la democrazia è partecipazione. Se ci si addormenta si entra in zona
di pericolo. La democrazia è forte se è totale l'impegno e
la partecipazione dei cittadini; se ognuno sente che solo con la democrazia
è possibile la pace: e il mondo di oggi ha immenso bisogno di giustizia
e di pace.
Gianfranco
Pagliarulo. |