La serie di scioperi iniziata nel dicembre 1943
e l'organizzazione del movimento clandestino si rafforzavano con il passare
del tempo portando avanti l'opposizione e la lotta, ormai anche militare,
al nuovo regime fascista della Repubblica sociale, con l'obiettivo di farlo
cadere.Di fronte a questo pericolo le
autorità cercano di coinvolgere le forze dell'esercito ed in particolare
il corpo dei carabinieri, nella repressione di ogni forma di lotta. E' questa
la chiave di lettura per la comprensione del primo episodio di feroce
rappresaglia avvenuto a Genova, all'alba del 14 gennaio 1944, avvio di tutta
una serie di fatti analoghi che lasciano la loro scia di sangue per tutto
quell'anno, e nel successivo fino alla liberazione. Nel crescendo delle
manifestazioni di protesta e delle azioni di guerriglia si colloca l'audace
assalto condotto da Giacomo Buranello ed un compagno dei GAP contro due ufficiali
tedeschi in via XX Settembre. Prendendo a pretesto questo fatto, il prefetto
Basile convoca nella notte del 13 gennaio il Tribunale Militare Speciale,
che condanna a morte per fucilazione otto detenuti politici delle carceri
di Marassi, che vengono immediatamente prelevati e portati al Forte di San
Martino. Contemporaneamente il comandante della trentaseiesima legione della
Guardia Nazionale Repubblicano telefona al comando dei carabinieri di via
Corsica, chiedendo il loro intervento al Forte di San Martino per un problema
di ordine pubblico. Quando il tenente Giuseppe Avezzano Comes vi giunge con
venti uomini, si rende conto che non di questo si tratta, ma che sono stati
chiamati perché procedano alla fucilazione degli otto prigionieri
che si trova davanti. Nasce un alterco durante il quale il tenente dichiara
di non riconoscere la legittimità della sentenza e ordina ai suoi
uomini di non sparare, prima di essere rinchiuso in una garitta. I repubblichini,
incalzati dai tedeschi, ordinano ai carabinieri di fucilare gli ostaggi,
ma i militari ubbidiscono al loro ufficiale e sparano in aria, mentre uno
dei condannati, Dino Bellucci, giovane professore del Convitto Colombo, li
invita a procedere all'esecuzione comunque inevitabile. A questo punto i
fascisti fanno mettere i prigionieri a due a due uno di fronte all'altro
e li uccidono a colpi di mitra e di pistola. Il tenente Comes, nel trambusto,
viene liberato e riesce a tornare al comando di via Corsica, dove fa rapporto,
ed il suo superiore lo elogia per il suo operato. Dopodichè viene
trasferito ad Albenga, subisce un primo interrogatorio cui seguiranno arresto,
sevizie e deportazione in Germania, da cui tornerà alla fine della
guerra. Intanto, la sera del 15 gennaio, fascisti e SS arrestano numerosi
antifascisti che, assieme ad altri già detenuti, il giorno 16 vengono
caricati su un vagone che parte dallo scalo merci di Sampierdarena con
destinazione Dachau, Questi 42 prigionieri politici sono i primi deportati
genovesi in Germania.
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All'inizio del 1944, essendo in corso un'altra azione di sciopero da parte
dei lavoratori delle industrie genovesi, le autorità della RSI e i
tedeschi ritennero di dover dare un duro esempio che incutesse sgomento nei
cittadini e piegasse la volontà degli scioperanti. Il pretesto venne
da un'azione gappista compiuta in pieno giorno nel centro della città,
in via XX Settembre, e che colpì due ufficiali tedeschi.
Il 14 gennaio 1944 una edizione straordinaria del Corriere Mercantile
pubblicò questo minaccioso comunicato:
"Otto condanne capitali
eseguite all'alba - Tutti gli esercizi pubblici, ad eccezione dei ristoranti,
Chiusi per tre giorni.
L'Ecc. il Capo della Provincia ha diramato il seguente manifesto alla
cittadinanza:
"È con profondo dolore di italiano e di soldato che ha combattuto
a fianco delle truppe germaniche su più fronti, che debbo comunicare
alla popolazione di questa provincia un fatto criminale svoltosi ieri al
centro della città.
Da sicari, certamente al soldo nemico, due ufficiali germanici sono stati
colpiti alle spalle da una raffica di pistola mitragliatrice. L'uno, si è
spento all'ospedale di Quarto, sotto i ferri chirurgici, l'altro versa tuttora
in serio pericolo.
Ho deciso pertanto:
1) La chiusura per tre giorni, e cioè fino a funerali compiuti della
vittima innocente, di tutti i locali di divertimento, compresi caffè
e bar, esclusi i ristoranti, i quali tuttavia non potranno servire che pasti
e nessuna bevanda alcoolica, compreso il vino.
2) Un premio di L. 1.000.000 a chi consegni l'assassino e parte di detta
somma a chi ne dia sicura traccia.
3) Questa notte ho riunito il Tribunale Militare Speciale presieduto dal
più alto ufficiale in grado presente nel presidio, il quale ha emanato
sentenza di morte, mediante fucilazione, di otto rei confessi di congiura
contro lo Stato in zona di operazioni, e di condanna ad anni 20 di carcere
militare di altri due sovversivi.
La sentenza capitale è stata eseguita all'alba.
Il Capo della Provincia Carlo Emanuele Basile" |
L'azione era stata condotta da Giacomo Buranello
e un compagno.
Il Tribunale Speciale che aveva emesso la condanna, riunito in fretta nella
sede della 36a Legione della G.N.R. di Albaro, stabilì che la fucilazione
avvenisse al Forte di San Martino, uno dei tanti vecchi forti di Genova.
Con la fucilazione del 14 gennaio (la prima di questa portata) che colpì
alcuni dei più attivi membri delle forze clandestine, i fascisti speravano
di incutere maggior terrore nella popolazione e nelle file della Resistenza.
Ma già nello svolgimento stesso dei fatti legati alla rappresaglia
essi ebbero la prima secca smentita: il plotone di esecuzione, infatti, composto
da carabinieri al comando del ten. Avezzano Comes, si rifiutò di sparare
ai condannati.
Testimonianza dell'ufficiale dei carabinieri, già combattente su altri
fronti e trasferito nel 1944 a Genova: |
Dal Secolo XIX del 24
gennaio 1975
"Nelle prime ore del 15 gen-naio 1944, il comandante della Legione dei
Carabinieri di Genova mi ordinava per te-lefono, di recarmi con un plotone
di 20 carabinieri al Forte S. Martino, per eseguire un urgente servizio d'ordine
pubblico. (
) dopo aver atteso per circa un'ora, e mentre mi accingevo
a rientrare in caserma, vidi arrivare, con alcune macchine, un folto gruppo
di ufficiali tedeschi e fascisti che accompagnavano otto persone in ceppi.
Nel frattempo venivo chiamato da un colonnello della milizia fascista in
divisa, il quale qualificandosi per il Console Grimaldi, questore di Genova,
mi ordinava di procedere all'esecuzione immediata mediante fucilazione di
Otto "traditori" che il tribunale fascista aveva condannato a morte durante
la notte per vendicare un attentato in Genova del giorno innanzi in cui era
stato ucciso un ufficiale tedesco. A tale ordine opponevo un secco rifiuto,
insistendo sulla illegittimità sia di chi me lo impartiva, sia del
Tribunale che lo aveva emesso.
Nonostante l'intervento di altri ufficiali fascisti e tedeschi, che mi
minacciavano di processo sommario e di fucilazione sul posto, insieme agli
altri condannati, mantenni fermo il mio atteggiamento di rifiuto; tanto che
il Grimaldi dopo avermi insultato di codardia, per mezzo di due tedeschi
delle SS mi fece allontanare dai miei uomini e sospingere in una casamatta.
Dalle feritoie della stessa, potetti osservare quello che avvenne dopo: il
Grimaldi fece schierare di spalle al muro nel cortile del forte gli otto
condannati e ordinò lui stesso ai carabinieri di fare fuoco, ma a
tutti i militari rivolsero palesemente le armi in alto, tanto che uno dei
giustiziandi, il prof. Bellucci, ebbe a dire ad alta voce: "ragazzi fate
presto, mirate dritto al cuore. Se non mi uccidete voi mi uccideranno gli
altri". A questo punto il Grimaldi radunò gli altri militari tedeschi
e fascisti presenti e procedette lui stesso all'esecuzione; fece disporre
i condannati di fronte a due alla volta, costringendoli a salire sui corpi
dei compagni caduti mentre ancora si dibattevano per terra in agonia.
Il massacro veniva completato con il colpo di grazia pietosamente esploso
per ognuno dei moribondi da un ufficiale medico presente. Ad esecuzione avvenuta,
tedeschi e fascisti lasciavano immediatamente la località, allontanandosi
con gli stessi mezzi con i quali erano venuti. Uscivo allora dalla casamatta,
disponevo il piantonamento dei patrioti caduti e con il resto dei carabinieri,
rientravo in caserma.
Per intervento del Prefetto Basile venni messo agli arresti e allontanato
da Genova. Successivamente fui sottoposto ad inchiesta formale ed infine
arrestato dal comando della Feld Gendarmeria tedesca di Albenga dal quale
fui trattenuto in prigione fino alla liberazione, subendo a mia volta torture
e sevizie". |
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