| la Repubblica - edizione di Genova 2 gennaio 2004 |
Il tragico Capodanno del
'44, quando il popolo italiano capì che doveva riprendere in mano
il proprio destino: un insegnamento da non dimenticare Tempo di riflessioni, questi ultimi giorni dell'anno, specialmente per coloro che hanno alle spalle gran parte della propria vita, ma anche per molti più giovani che avvertono la naturale necessità di comprendere il mondo che li circonda, in cui il destino li ha chiamati a vivere anche alla luce del passato, non solo strettamente individuale dei nonni, ma collettivo e comunitario. Così il pensiero corre naturalmente a quei giorni difficili, a cavallo fra la fine del '43 e l'inizio del '44, in cui fu sempre più evidente che il popolo italiano, dopo lo sbandamento, lo smarrimento, il senso di tragica impotenza ai quali era stato condotto, stava decisamente riprendendo nelle mani il proprio destino lungo l'unica via che avrebbe potuto dare al nostro paese libertà e dignità, anche se a prezzo di grandi sacrifici e dolori. Nell'Italia del centro e del nord, fulmineamente occupata e soggiogata dalle armate naziste fin dal 9 settembre del '43, a dicembre si erano costituiti nelle città i primi nuclei di guerriglia, i GAP, e sulle montagne le prime bande partigiane, che avrebbero dato vita nel tempo alle brigate e divisioni della Resistenza armata. La direzione della lotta di liberazione era stata assunta dai CLN, che segnalavano il ritorno sulla scena dei partiti politici antifascisti (liberale, d'azione, comunista, socialista, democratico-cristiano, repubblicano) uniti e solidali, nonostante le diverse origini e concezioni culturali e politiche nell'obiettivo comune di cooperare alla sconfitta del nazismo e del fascismo e di fondare una nuova Italia libera e democratica. Nell'Italia meridionale liberata dagli Alleati, i partiti antifascisti uniti nel CLN centrale avevano ottenuto, quali legittimi rappresentanti del popolo italiano, il 17 dicembre 1943 l'ingresso di propri esponenti nel secondo governo Badoglio, il che rappresentava l'inizio di quell'opera complessa di tessitura istituzionale e politica che, nel segno dell'unità antifascista, avrebbe condotto la nuova Italia ai traguardi della Repubblica e della Costituente. Riflettere, a sessant'anni di distanza, sul generoso e difficile avvio di quel grandioso processo militare e politico che ha consentito al nostro popolo di dare un fondamentale contributo di collaborazione con gli Alleati perché il nostro Paese divenisse ciò che ora è, non corrisponde soltanto ad un dovere di conoscenza del passato, ma anche a un fattore di scoperta della nostra più autentica identità collettiva. Personalmente trovo questa riflessione emozionante. Dice il titolo di una bella autobiografia partigiana: "Dalle montagne vedevamo il mare"; era quello lo spazio infinito dal quale anche simbolicamente attendevamo il batter d'ali della libertà, noi radicati nell'impervio Appennino della nostra Liguria. Purtroppo, arrestato e deportato, la libertà non me la sono potuta conquistare sulle nostre montagne, in faccia al mare. Ma questo è un semplice rimpianto. Ciò che più importa, mi sembra, è il fatto che i costituenti della nuova Italia, tutti i costituenti di ogni idea e cultura, da Umberto Terracini a Giuseppe Dossetti, non solo hanno trovato la via dei compromessi, sempre di alto profilo, per dare vita e dignità alla Carta Fondamentale della nostra Repubblica, ma che essi nella Costituzione hanno inserito principi come quelli della parità fra tutti gli esseri umani, della loro promozione culturale e sociale, del ripudio della guerra, delle rinunce di sovranità necessarie per la pace e la giustizia fra le nazioni, principi scaturiti, con unanimità di intenti, dalla visione dell'Europa soggiogata, nella tragedia epocale della II guerra mondiale, dai totalitarismi fascista e nazista. Ogni riconciliazione è non solo possibile ma auspicabile, persino necessaria, ma occorre avere chiara coscienza del fatto che essa non può che avvenire nel segno dei principi e dei valori contenuti nella Costituzione. Ma va anche tenuto presente che la Costituzione ha una storia antifascista. Per convincersene basta seguire il filo della storia d'Italia dal fascismo alla Repubblica e se ciò non bastasse rileggere i lavori della Costituente e della Commissione dei 75, nei quali l'ispirazione antifascista è evidente ed esplicita. Non è quindi né lecito né possibile separare la Costituzione dalla sua storia, perché ciò ne farebbe perdere il significato più autentico. Oppure, ciò si vuol fare, come sembrano proporsi le forme più recenti di revisionismo in atto, al fine di separare la politica dalla storia? In questo caso è legittimo il sospetto che questa operazione possa essere utile a chi intende più agevolmente e senza impacci destrutturare i principi fondamentali della costituzione, come purtroppo sta da qualche tempo avvenendo nel nostro Paese. Continuiamo dunque a credere, nonostante l'opposta opinione del Presidente del Senato Marcello Pera, nel valore storico e attuale dell'antifascismo perché da esso, e non da un empireo astratto, è nata quella Carta fondamentale che occorre salvaguardare perché in essa affonda le proprie radici l'intero nostro sistema democratico. Raimondo Ricci |