Da "Il Secolo XIX" del 29 maggio 2002
a cura di
Paolo Battifora

L'antifascismo nella costruzione dell'identità europea è il titolo del convegno internazionale della durata di tre giorni, promosso dall'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, che si aprirà domani mattina a Milano presso la facoltà di Scienze politiche. Coordinatore dell'importante iniziativa culturale, cui prenderanno parte autorevoli storici - tra cui citiamo Silvio Lanaro, Claudio Natoli, Lutz Klinkhammer, Marcello Flores, Sophie Coeuré, Serge Wolikow, Enzo Collotti - provenienti da tutta Europa, è Alberto De Bernardi, direttore scientifico dell'Istituto meneghino, docente di storia contemporanea all'Università di Bologna, autore di numerosi saggi ("Una dittatura moderna", "Il Sessantotto"), di fortunati manuali scolastici e curatore di alcuni dizionari ("Il dizionario di storia", "Il dizionario di storiografia", "Il fascismo") della Bruno Mondadori.
Professore, come nasce questo convegno?
"L'idea è stata quella di affrontare il tema dell'antifascismo collocandolo al di fuori del dibattito sull'uso pubblico della storia per tentare di comprendere cosa sia vivo o morto di questo fondamentale ethos della democrazia. In questi ultimi anni abbiamo assistito ad una curiosa ironia della storia: la fine della guerra fredda invece di portare ad un processo del totalitarismo ha portato piuttosto ad un processo dell'antifascismo. Per un istituto come il nostro l'unico modo possibile di affrontare l'antifascismo è proprio quello di studiarlo con serietà scientifica, impegno che proseguirà nei prossimi anni con iniziative di ricerca allargate a tutta la rete nazionale degli istituti storici della Resistenza".
Quali gli aspetti caratterizzanti della vostra iniziativa?
"Anzitutto abbiamo voluto studiare il tema dell'antifascismo europeo nel corso dell'intero Novecento, periodo post-bellico compreso, affrontando anche il ruolo da esso giocato nelle ideologie politiche delle democrazie popolari dell'Est. Strumento di lotta politica, è importante capire come l'antifascismo sia stato declinato nelle due parti di un'Europa divisa dalla Guerra fredda. Un'altra importante novità del nostro approccio sarà la comparazione storiografica di questa idea-forza nelle diverse realtà nazionali, dalla Polonia ai paesi iberici, dalla Ddr alla Francia, dall'Urss agli Stati Uniti".
Per alcuni, morto il fascismo, questo concetto non avrebbe più ragion d'essere. L'antifascismo come categoria storiografica mantiene intatta la sua validità?
"Se è vero da un lato che oggi il fascismo non c'è più, è altrettanto certo che l'antifascismo ha una storia di tale complessità e ricchezza da non poter essere ridotto alla semplice dimensione oppositiva del suffisso "anti". L'antifascismo è sopravvissuto al fascismo, divenendo parte integrante delle tavole dei valori delle democrazie occidentali: il riferimento ad esso è ancora necessario, perché è attraverso di esso che si sono inverate le democrazie".
Oggetto, secondo taluni, di una strumentalizzazione ideologica da parte del Pci nel dopoguerra, l'antifascismo sarebbe stato utilizzato come una classica "foglia di fico" funzionale alla strategia di legittimazione patriottica e democratica dei comunisti italiani. Cosa ne pensa?
"Il rapporto tra comunismo, uno dei grandi totalitarismi del Novecento, e antifascismo è un problema complesso e controverso, in quanto vi sono state forze storiche che pur essendo antifasciste non erano democratiche. L'antifascismo, soprattutto nella tradizione del partito comunista italiano e di quello francese, ha costituito una delle chiavi della loro legittimazione. Quello che conta veramente però è capire quanto e come questa tradizione antifascista abbia veicolato il passaggio alla democrazia di questi partiti, facendo sì, per esempio, che il Pci non diventasse un partito stalinista. Per essere chiari: il fatto che tra gli antifascisti ci fossero i comunisti non inficia minimamente il concetto e il valore dell'antifascismo".
Legittima la pretesa di chi, alla controversa categoria "antifascismo", vorrebbe sostituire la più onnicomprensiva "antitotalitarismo"?
"In punta di teoria questa operazione avrebbe senso, ma se guardiamo alla realtà storica dell'Italia ci rendiamo conto che non ne ha. Noi infatti non abbiamo sperimentato entrambe le varianti totalitarie - stalinismo e fascismo - ma solo il fascismo, di cui il nostro paese è stato un laboratorio politico. Il rischio è quello di intorbidare le acque: in Italia la nuova democrazia è nata il 25 aprile 1945 e non nell'estate del 1989 con la caduta del muro di Berlino".
L'antifascismo ha sempre stentato a trasformarsi in una memoria condivisa dal popolo italiano. Perché?
"Siamo di fronte ad uno straordinario paradosso: per decenni l'antifascismo è stato un'arma politica, l'idea-forza in senso antagonistico delle sinistre e non ci si può quindi meravigliare se esso non sia divenuto un ethos condiviso. Teniamo inoltre presente che il cambiamento di discriminante dopo il 1945 - non più l'antifascismo bensì l'anticomunismo - ha fatto sì che le élites al potere abbiano rivendicato sempre meno l'antifascismo come componente essenziale della democrazia, contribuendo così alla sua progressiva deriva ideologica. A poco portarono i tentativi di rivitalizzazione dell'antifascismo compiuti dal centrosinistra negli anni Sessanta".
L'antifascismo ha ancora un futuro?
"Con onestà intellettuale bisogna capire cosa sia stato davvero l'antifascismo, ricostruirne il profilo identitario esplicito, liberandolo da incrostazioni ideologiche e radicate memorie. Se agli storici e alla loro iconoclastia spetta di diritto questa ricerca, è alle forze politiche e democratiche che compete invece un più profondo lavoro culturale. Il pericolo è che l'oblio possa cancellare il nesso Resistenza-antifascismo-democrazia e che il nostro Paese rimanga senza un ancoraggio profondo, con un'identità forzata, l'anticomunismo, che sarebbe frutto di un'operazione ideologica senza alcun fondamento storiografico".