La
Benedicta: Nella zona
appenninica a cavallo fra la provicia di Genova e quella di Alessandria,
all'inizio del 1944 operavano ed erano in via di completamento principalmente
due reparti partigiani: la "Brigata Autonoma Alessandria", composta
da circa duecento elementi al comando del Capitano Gian Carlo Odino, divisa
in tre battaglioni con sede di comando presso Bosio, e la "3° Brigata
Garibaldi Liguria", comandata da "Ettore" Tosi Edmondo, composta da sette
distaccamenti, forti di più di 400 uomini, oltre a un distaccamento
reclute, dislocati nei "casali" intorno al Monte Tobbio.
L'intendenza era situata nell'ex convento della "Benedicta" adibita
a cascina.
La forza operativa di queste due brigate non era tuttavia corrispondente
all'elevato numero dei componenti, infatti dal 50 al 65% degli uomini erano
armati in modo leggero e si poteva registrare una totale assenza di armi
medie e pesanti. L'armamento era stato rinforzato con un avio-lancio della
R.A.F. |

La cascina della Benedicta e la zona circostante
prima del rastrellamento dell'aprile 1944 |
Nella formazione erano presenti anche numerosi
combattenti stranieri: polacchi, jugoslavi, inglesi, ma soprattutto russi,
che si rivelarono in seguito esperti soldati.
Nei primi mesi del '44 si verificò un fatto decisivo: numerosi giovani
delle classi chiamate alle armi dal "bando Graziani"del 18/2, che comminava
la pena di morte per i disertori, si unirono alle formazioni partigiane operanti
nella zona, per sfuggire alla coscrizione repubblichina. Ciò causò
non pochi problemi logistici, dato l'incremento del numero di uomini da armare
e istruire, tutti giovani con nessuna esperienza militare alle spalle. |
Nella notte tra il 3 e 6 aprile i nazifascisti
passarono all'attacco secondo un piano prestabilito che comprendeva
l'accerchiamento della zona del Tobbio partendo da tre direttrici dalla Liguria
e dal Piemonte: da Busalla, Pontedecirno, Masone, Campo Ligure, Mornese,
Lerma. Vennero impiegati reparti tedeschi, fascisti della Guardia Nazionale
Repubblicana, muniti di armi automatiche individuali e di squadra, lanciafiamme,
autoblindo. Il comando tedesco impiegò anche un aereo da ricognizione
"Fieseler-Storch'' "Cicogna" idoneo all'osservazione durante i
combattimenti in zona di montagna.
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La cascina della Benedicta distrutta dai tedeschi
dopo il rastrellamento |
I primi combattimenti fra i posti avanzati
partigiani e la massa nemica iniziò all'alba del 6 aprile. Mentre
la "III° Brigata Liguria" ordinava ai propri distaccamenti di sganciarsi,
frazionarsi in piccoli gruppi, forando l'accerchiamento nemico, la "Brigata
Autonoma Alessandria" cercava di organizzare una resistenza intorno alla
"Benedicta" e Pian degli Eremiti, cosa che si rivelò impossibile davanti
alla preponderanza forza nemica. Nell'antico ex convento si radunarono molti
uomini, per la maggior parte renitenti alla leva.
E' uno spettacolo agghiacciante: i ricognitori
volteggiano senza sosta, il fuoco divampa ovunque.....le terribili vampe
incendiarie dei lanciafiamme si notano distintamente un po' dappertutto e
le esplosioni e le raffiche di mitraglia si condfondono con l'abbaiare
furioso dei cani lupo addestrati per la caccia all'uomo.... è
una vera caccia all'uomo e noi siamo braccatii come belve.
(Racconto di De Menech, commissario politico
del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi Liguria, in De
Menech, Siamo i ribelli della montagana, Alessandria, 1975) |
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Nelle prime ore del mattino del 7 aprile 1944
i fascisti incominciarono a predisporre l'eccidio. Cinque alla volta i
prigionieri furono condotti al plotone di esecuzione composto da bersaglieri
repubblichini che li fucilarono immediatamente.
Soltanto a metà mattina un partigiano nascosto in un anfratto
scaricò un caricatore di "Sten" contro il plotone che si disperse
e sospese per un'ora il massacro, riprendendo le fucilazioni sino all'ordine
superiore di cessare il massacro.Di questo crudele massacro è tuttora
vivente un testimone oculare, Giuseppe Ennio Odino, miracolosamente scampato
perché creduto morto. I corpi degli uccisi furono gettati in una fossa
comune nella quale a fine giornata vennero a trovarsi un centinaio di cadaveri,
in quanto vi furono aggiunti altri fucilati dopo la cattura nella giornata
del 7 aprile.
Alle tane del lupo, tranne qualche morto fummo
presi tutti: eravamo quasi duecento. Alla luce dei bengala ci accompagnarono,
con le mani alla nuca e in fila indiana, alla Benedicta (...). Arrivati
lì, fummo immediatamente rinchiusi tutti, feriti e non, nella cappelletta
che era a sinistra, a piano terra per chi entrava nel cortile. Il mattina
successivo (...) fummo chiamati a cinque per voltafuori dalla chiesetta nel
cortile interno della cascina. (...) Io ricordo che ero il quinto del gruppo,
dal 21 l 25, e sulla destra scendendo, venti metri prima della piccola cappella
che esiste attualmente, notai cinque di Serravalle, tutti imbrattati di sangue.
(...) Continuammo a scendere e arrivammo dov'è attualmente
la cappelletta, di fronte alla quale, al di là della piccola
valle, poco più in alto doc'è oggi una piccola croce, notai
alcuni bersaglieri, otto o dieci, armati con dei moscehtii. Dov'è
la cappelletta ci fecero fermare e ci spararono addosso... Io dovevo sostenere
un compagno che la sera prima, alle tane del lupo., era stato feritoad un
ginocchio. Questo fatto mi salvò (...) Caddi come altri a terra e
il compagno che sorreggevo mi venne addosso e mi sporcò di sangue
tutta la faccia. Rimasi lì immobile e sentii alcune raffiche
di machine-pistole fischiarmi alle orecchie: erano i colpi di grazia che
un tedesco delle SS dava a coloro che erano morti e si lamentavano per il
dolore delle ferite subite. Fu il momento più terribile della mia
vita. (...) si sentì sparare dall'alto della collina: era il
gruppo di Leo che pur sapendo che i colpi non sarebbero neppure arrivati
fin lì, aveva cercato per lo meno di creare allarme fra il plotone
di esecuzione composto di bersaglieri di stanza a Bolzaneto, e fra i tedeschi.
Infatti coloro che li comandavano diedero ordine di ritirarsi all'interno
della Benedicta e io, dopo qualche minuto, scivolai fuori dal gruppo
di fucilati e salii attraverso il ruscello ... (Racconto di Ennio Odino
Crik in W. Valsesia, La resistenza in provincia di Alessandria,
Alessandria 1981) |
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Tra le prime persone a salire alla Benedicta
dopo l'eccidio, la mattina dell'11 aprile, due donne:
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Parenti e compagni presso
le fosse della Benedicta (aprile 1945)

IL recupero delle salme, da parte dei parenti e dei contadini della
zona |
Cominciammo a salire lungo il sentiero che ci
dioveva condurre alla Benedicta. I primi casolari, che ben conoscevamo, li
trovammo incendiati, devastati, saccheggiati, vuoti. Tutto intorno non un'anima
viva....Andammo avanti senza più fermarci sino a giungere al luogo
dell'eccidio. Incontrammo per primo un prete domenicano, vestito di bianco,
si aggirava arttorno a quelle fosse e sembrava pregasse. Poi subito dopo
incontrammo una donna con addosso un grembiulino bianco e in mano una bottiglia
d'alcool e del cotone. Non lontano un uomo stava seduto su di una pietra
e lui stesso, immobile, pareva una pietra. E poi vicino alla donna c'era
un bel ragazzo di 12-13 anni con gli occhi azzurri e capelli ricci e nerissimi.
Era in piedi e non diceva nulla. Erano i genitori e il fratello minore di
due partigiani fucilati che stavano cercando tra i tanti cadaveri della
Benedicta...Andammo al grande cascinale "La Benedicta". Trovammo in terra
tutto attorno, carte da gioco, spazzolini, dentifrici, ogni cosa e tanta
legna bruciata. La Benedicta era stata fatta saltare con la dinamite... Aiutammo
quella povera donna. Il padre non era più in grado di fare qualcosa.
Era impietrito. Stava solo, e guardava nel vuoto. Anche il ragazzo continuava
a rimanere immobile e ci guardava... (racconto di Martina Scarsi, staffetta
partigiana, in W. Valsesia, La resistenza in provincia di Alessandria,
Alessandria 1981) |
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Una parte dei partigiani catturati furono portati
alle carceri di Marassi a Genova, mentre altri, ai quali si aggiunsero i
tanti giovani che si presentarono spontaneamente, vennero concentrati a Villa
Rosa a Novi Ligure. Nei giorni del rastrellamento, infatti, il Capo della
Provincia di Alessandria aveva fatto pubblicare nei comuni della zona, su
richiesta del "Comando Germanico", un bando che concedeva ai renitenti alla
leva quattro giorni di tempo (fino al giorno 10 aprile '44) per presentarsi
ai comandi militari. L'invito si rivelò una trappola e, per quanti
si recarono spontaneamente vi fu la deportazione dalla stazione di Novi Ligure
alla volta dei lager nazisti.
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