RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

(di Raimondo Ricci - Presidente dell'Istituto Ligure per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea di Genova)

Nel momento di dolore e riflessione in cui mi appresto, insieme a tanti altri amici e compagni, a dare l'ultimo saluto nella sua Genova, nella sua Bavari, a Paolo Emilio Taviani, avverto il faticoso impulso di tracciare una sintesi breve del rapporto che in questi anni ho potuto avere con lui consentendomi di farne una non superficiale umana conoscenza. Ho conosciuto Taviani poco dopo la fine della guerra ad Imperia, ove ero tornato dopo la liberazione dal campo di Mauthausen. Egli apparve a me, che nella terribile esperienza del carcere e del lager ero divenuto comunista "per antifascismo", come un uomo che aveva svolto un importante ruolo dirigente nella Resistenza e nello stesso tempo come un avversario politico con il quale occorreva misurarsi. Ho il ricordo di un contraddittorio che instaurai con lui nel cinema Rossini di Oneglia, con la foga di chi stava faticosamente ritornando alla vita, al quale egli rispose con una pacatezza che fu per me oggetto di riflessione.

Trascorsi molti anni ci rincontrammo in Senato ed allora nacque con lui una interlocuzione sempre più intensa intorno all'esperienza della Resistenza. Un rapporto che venne via via approfondendosi e intensificandosi. Nel corso di questa frequentazione ho potuto valutare come l'anticomunismo di Taviani, dato oggettivo del suo percorso politico, sia stato sempre rivolto verso il sistema comunista come realtà internazionale nell'ambito del conflitto tra i due blocchi dell'Est e dell'Ovest. Tuttavia egli riconobbe sempre, in modo via via più esplicito e convinto, l'importanza del ruolo svolto dai comunisti italiani nella lotta di liberazione nazionale contro il fascismo e il nazismo e del contributo che essi diedero alla fondazione del sistema democratico nel nostro paese. Da questa sua posizione è nata la stima e l'amicizia profonda che ha sempre legato Taviani ad Arrigo Boldrini, medaglia d'oro della Resistenza e presidente dell'Anpi. D'altra parte il legame di Taviani con l'esperienza e il valore nazionale della Resistenza è stato alla base delle sue convinzioni ed egli non cessò mai di insistere sull'unitarietà di quella esperienza. Ricordo che quando pochi anni fa venne inaugurato il monumento che aveva voluto, dedicato a tutti i partigiani e alle popolazioni contadine a Fascia, in Val Trebbia, egli mi volle accanto a se e mi chiese di prendere la parola dopo di lui per sottolineare esplicitamente quell'unità.

Paolo Emilio Taviani in una foto tratta dai giornali del 1945 e raffigurante i membri del CLN Liguria, artefici assieme a tutte le formazioni partigiane, della liberazione di Genova e della resa delle truppe tedesche del generale Meinhold

E andando ad anni precedenti, quando egli ancora era ministro degli Interni, va ricordato che fu capace di assumere, contro il parere di autorevoli colleghi del suo partito, la decisione dello scioglimento delle organizzazioni di "Ordine nuovo" e di "Avanguardia nazionale" avendo individuato il vero pericolo per la democrazia italiana nella risorgenza di un'azione eversiva di carattere fascista. Né va dimenticato che per questi suoi atteggiamenti e decisioni egli pagò un prezzo politico. Dal punto di vista della sua visione di una moderna società Paolo Emilio Taviani era schierato per un assetto sociale fortemente solidaristico, me ne parlò ripetutamente anche in termini giuridici e mi fece omaggio di un suo lavoro sulla proprietà privata nel quale venivano espressi concetti molto avanzati. Ebbe a confidarmi che nel periodo della Costituente contribuì all'elaborazione del 42° articolo della Costituzione, raggiungendo in proposito un'intesa con Di Vittorio. Taviani fu certamente un uomo di potere, di grande potere e come tale egli conferì alla sua politica un forte accento pragmatico e ciò gli ha procurato consensi ma anche ostilità. Quel che va riconosciuto è di aver esercitato il suo potere nell'ambito di convinzioni e di principi generali. Per lui la politica non è mai stata uno strumento per conseguire un personale vantaggio: basta entrare nella modestia della sua casa romana, entrare e soffermarsi nel suo studio, per rendersi conto quanto egli sia stato lontano da quella concezione della politica come "munus" personale che oggi è tanto diffusa. E anche ciò non è cosa da poco. Fino all'ultimo, fino a pochi giorni prima che l'ictus improvviso lo portasse via, Paolo Emilio è stato lucido e presente nel valutare la realtà italiana e la sua evoluzione assumendo posizioni fortemente critiche nei confronti del polo della destra, di questa destra. E' stato un sostenitore dell'importanza della rottura dell'unità politica dei cattolici rinvenendo nell'afflato sociale del cattolicesimo una delle forze traenti della salvaguardia e del progresso della democrazia. Ha sempre ripetutamente espresso la sua fiducia che questo afflato potesse incontrarsi e compenetrarsi con quello proveniente dal socialismo democratico. Se n'è andato con questa fiducia, che diviene quasi un messaggio e a tutti noi deve potersi trasmettere. L'ultimo esponente del Comitato di Liberazione Nazionale di Genova e della Liguria che dopo aver partecipato alla lotta di liberazione ha deciso l'insurrezione che si è conclusa con la resa dell'intero munitissimo presidio germanico nelle mani delle forze della Resistenza non è più. Occorre essere capaci di conservare la memoria di tutto ciò che di positivo appartiene alla sua vita e al suo esempio.


Da "Il Lavoro-Repubblica" del 29 giugno 2001
"Sotto sequestro non tenete conto delle mie dichiarazioni" Lettere autografe e bobine dell'aprile del '78 ieri sono state consegnate al Centro Ligure per la Storia della Resistenza
L'ultimo segreto di Taviani "Così mi preparo al rapimento" di
Wanda Valli

La consegna dei documenti è avvenuta ieri mattina, nella sede del Centro Ligure per la Storia della Resistenza. Il notaio, Giorgio Figari, su incarico del senatore Paolo Emilio Taviani, scomparso di recente, consegna al presidente dell'istituto, il senatore Raimondo Ricci, due documenti autografi e una cassetta audio che gli vennero affidati l'19 giugno del 1978 perché i documenti, entrassero a far parte dell'Archivio dell'Istituto. E' uno degli ultimi segreti che Paolo Emilio Taviani, ferreo sostenitore della ragion di Stato, ha voluto preservare fino alla fine. Fino alla sua scomparsa. Sono le sue volontà in caso di rapimento da parte delle Brigate Rosse.
In un nastro e in una lettera del 7 giugno 1978, Paolo Emilio Taviani scrive e detta: «In piena salute fisica e in piena libertà, dichiaro che non avrà alcun valore né giuridico, né politico, qualsiasi mia affermazione, orale o scritta, qualora io mi trovassi in condizioni di sequestro, privo di libertà. Ogni tentativo di accreditare mie dichiarazioni rese in tali condizioni sarà perciò inutile e vano». Quattro giorni più tardi, le due testimonianze, in busta chiusa, sono recapitate al notaio. Qattro giorni dopo, l'11 giugno del 1978, il senatore a vita decide di ribadire ulteriormente le sue volontà, in una lungo "Invito" vergato di pugno. E, al notaio, dice che in caso di sequestro dovrà aprire la busta e consegnare l'originale al Ministero dell'Interno e «copie fotostatiche rispettivamente al presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti, al presidente della Ri - Tv e delle associazioni delle radio e televisioni private». Sempre in caso di sequestro, la bobina con incisa la sua dichiarazione, potrà essere utilizzata dai mezzi di informazione. Così, dunque, Paolo Emilio Taviani, si prepara a affrontare, di fronte all'opinione pubblica, un eventuale rapimento. E' convinto di essere nel mirino delle Br, come ex ministro per molti anni al dicastero degli Interni, la sua sensazione verrà confermata, anni dopo, da Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Br, insieme con Renato Curcio e Mara Cagol.
In quel mese di giugno del 1978, l'Italia è ancora sotto choc per il caso Moro: lo statista, dopo una lunga prigionia, è stato ucciso, il 9 maggio. Ma durante i giorni del processo da parte dei terroristi, Moro non smetterà mai, attraverso le sue lettere, di battersi per sostenere che la trattativa per la sua liberazione è l'unica strada percorribile, per evitare nuovi, impensabili e cupi scenari. Non molti sono d'accordo con lui, l'Italia si divide, nasce il partito della fermezza che schiera, in prima fila proprio Paolo Emilio Taviani. A lui, Aldo Moro, dal carcere Br, non risparmierà critiche per questa ragione, critiche e accuse anche pesanti: «avranno deciso da soli? o su suggerimento di qualcuno?» scrive tra l'altro Moro. Il senatore Taviani non replica, non abbandona la sua teoria che lo Stato si difende con la fermezza, ma, in privato, prepara tutto perché, se capitasse a lui di essere sequestrato, non si possa dire che ha ceduto ai terroristi. Nascono di qui i documenti che da ieri fanno parte dell'archivio dell'Istituto di studi sulla Resistenza. Da qui e dalla sua scelta di essere uomo della ragion diStato. Che decide di tacere. E di far diventare pubblico il suo pensiero solo dopo la morte.