25 aprile 2003
La preziosa eredità del 25 aprile
Articolo sugli atti di vandalismo

La preziosa eredità del 25 aprile
(articolo di "Patria indipendente")

Nel 58° anniversario del 25 aprile 1945 e alla vigilia del sessantennale della lotta di liberazione nazionale ci ritroviamo in una dimensione temporale che consente una valutazione storica sempre più compiuta di quello che è stato il significato della Resistenza nella storia d'Italia e insieme viviamo una stagione politica che impone di richiamare il valore di quella vicenda storica come estremamente attuale per l'essenza profonda e le sorti stesse del nostro sistema democratico. Non è quindi forse questo il momento in cui occorre dare priorità alla rievocazione di singoli aspetti o episodi della Resistenza italiana, quanto piuttosto il momento di riflettere sul senso generale che essa ha avuto e tuttora ha nella storia della nostra patria. La Resistenza italiana, intesa nel suo specifico significato di lotta contro i totalitarismi nazista e fascista nel corso della II guerra mondiale, è stata l'ultima in Europa, per il semplice fatto che nel corso dei quasi sei anni di guerra che vanno dal settembre del '39 all'otto maggio '45 l'Italia è stata per quattro anni, fino all'otto settembre '43, a fianco della Germania nazista e soltanto negli ultimi venti mesi, a seguito delle drammatiche decisioni che non rappresentarono certamente la "morte della patria" bensì un sofferto "ritorno alla ragione", si schierò nel campo antinazista e antifascista. Proprio per il fatto che l'Italia era stato il paese in cui il fascismo era nato e si era consolidato come moderno totalitarismo, il quale non solo aveva ispirato il nazionalsocialismo ma ne aveva pienamente condiviso il progetto, la vocazione bellica e le sorti, che avevano condotto a quella che probabilmente fu la più grande tragedia che l'umanità abbia mai conosciuto, la Resistenza italiana ha avuto caratteri e complessità del tutto peculiari nella misura in cui essa ha costituito non solo e non tanto, come negli altri paesi d'Europa, la continuazione di una guerra provvisoriamente perduta, quanto perché essa è stata la rivolta di un paese contro il proprio passato più oscuro e negativo. In sintesi la Resistenza italiana fu lotta contro il nazifascismo di un paese che era stato fascista e alleato del nazismo. E' da questo indiscutibile dato di fatto che nasce il carattere più marcatamente politico della Resistenza italiana, consistente nel suo obiettivo non soltanto di liberazione ma di costruzione, in prospettiva, di una nuova identità istituzionale e politica. La progettazione e la costruzione del futuro dell'Italia, per come avrebbe dovuto configurarsi dopo il conflitto, sono avvenute essenzialmente ad opera dei partiti politici antifascisti riuniti nei Comitati di Liberazione Nazionale, che dopo l'implosione del regime mussoliniano del 25 luglio avevano progressivamente preso in mano la direzione della lotta per la liberazione e la rifondazione democratica del paese. Essi si trovarono ad agire in due contesti profondamente diversi l'uno dall'altro: al Nord, nell'Italia occupata, ove la lotta di liberazione si fece azione clandestina e guerriglia, carcere e deportazione, destinata a pagare un altissimo prezzo di sacrifici e di sangue, i C.L.N. e i comandi militari da loro espressi assunsero in prima persona, e quali esclusivi responsabili, la guida dell'attività militare e della sua impostazione politica; al Sud, nell'Italia liberata ove si erano trasferiti, o meglio erano fuggiti, il Re e il suo governo, il C.L.N. centrale pur agendo nella difficile stretta dei poteri regi e della pressione degli Alleati, rappresentati soprattutto dagli Inglesi, si impose come organo di sempre maggiore rilevanza istituzionale, consentendo quel passaggio dal primo governo Badoglio, interamente nominato dal Re, ai governi successivi, cui parteciparono i rappresentanti dei partiti antifascisti designati dal C.L.N., in un percorso che pur tenendo conto degli inevitabili condizionamenti che le forze dell'antifascismo dovettero subire, rappresentava un loro progressivo riappropriarsi delle redini del paese. La prima grande questione che occorreva affrontare e risolvere nasceva dalla richiesta unanime di tutti i partiti del C.L.N. e dalla coscienza popolare che la nuova Italia fosse una Repubblica. In ciò non solo si sostanziava il giudizio sulle responsabilità del Re per avere aperto la strada al fascismo nel '22 e per averne per un ventennio consentito e avvallato la politica liberticida fino al coinvolgimento della nazione nella catastrofe della II guerra mondiale, ma anche il fatto di avere, dopo l'annuncio dell'armistizio dell'otto settembre, abbandonati a se stessi e alla mercé di un crudele occupante popolo ed esercito. E tuttavia il governo del Re e lo stesso monarca erano là, a Brindisi e poi a Salerno prima di riapprodare nella Roma liberata, con la pretesa di rappresentare l'Italia a dispetto di ogni storica colpa. Con il colpo di mano dell'arresto di Mussolini e della nomina del maresciallo Badoglio a capo del governo, subito dopo la seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio, il Re aveva mostrato, riappropriandosi di antiche prerogative, di voler considerare il fascismo una semplice parentesi storica, saltando a piè pari oltre la sua intrinseca natura assolutistica e repressiva. La questione monarchica, che aveva determinato un rigido conflitto tra le forze politiche antifasciste, unitariamente rappresentate dal C.L.N., e il governo del Sud, fu, com'è noto, avviata a soluzione a seguito della svolta di Salerno, con la quale si realizzò il compromesso istituzionale. Subito dopo la liberazione di Roma Vittorio Emanuele III avrebbe dovuto ritirarsi a vita privata nominando il figlio luogotenente del Regno; la scelta tra monarchia e repubblica sarebbe stata effettuata dal popolo mediante l'elezione di un'assemblea costituente, cui sarebbe spettata la decisione; la normale attività legislativa sarebbe stata esercitata dal governo mediante decreti promulgati dal luogotenente. Queste statuizioni fondamentali, contenute nel D. Lg. Lt. 25 giugno 1944 n. 151, insieme a quelle del successivo decreto 16 marzo 1946 n. 98, che trasferì la scelta istituzionale di fondo dall'assemblea costituente ad un referendum popolare, rappresentano la cosiddetta "costituzione provvisoria" che resse l'Italia dal 1944 al 31 dicembre 1947. Come è ben noto il 2 giungo 1946 furono contemporaneamente effettuati il referendum istituzionale e l'elezione dei membri della Costituente, a dimostrazione dello stretto legame che si volle creare fra l'auspicata repubblica e l'organo che avrebbe dovuto disegnare la nuova costituzione. Le soluzioni di compromesso adottate, mentre era ancora in corso, ricordiamolo, la guerra, e che furono a suo tempo sottoposte a numerose critiche si palesarono alla luce dei fatti dettate da saggezza e senso di responsabilità, in quanto consentirono di risolvere la fondamentale questione della forma istituzionale del nuovo stato, superando i conflitti e i traumi che l'irrigidimento delle posizioni precedenti poteva far temere. Passando a esaminare il problema del rapporto fra Resistenza e Costituzione, è possibile cogliere, con profondità anche maggiore di quanto non avvenga relativamente alla scelta repubblicana, il legame della Resistenza stessa con la legge fondamentale che definisce compiutamente l'assetto del nostro sistema democratico. Esiste una continuità fra le idee e i principi elaborati dagli esponenti della Resistenza, appartenenti ai partiti e ai filoni culturali presenti nel C.L.N., e le affermazioni via via contenute nella Costituzione. L'incontro e a volte lo scontro e la dialettica esistente fra queste componenti ideali è palese nei resoconti dei lavori della Commissione dei 75 e poi nel dibattito seguito nelle sedute plenarie. Ma più ancora che in questa origine, che condusse a compromessi sempre di alto profilo, l'essenza della Costituzione deve essere colta nella tensione, nelle speranze, nell'esperienza collettiva, permeata di forte valenza etica, che animò la lotta antifascista e di essa rappresenta l'eredità più persuasiva. In particolare la prima parte della Costituzione, quella costituita dai dodici articoli dei Principi Fondamentali e dagli articoli da 13 a 54 dei Diritti e Doveri dei Cittadini va letta sullo sfondo della grande tragedia che fu la II guerra mondiale, vale a dire dell'invasione dell'Europa continentale, della guerra di sterminio e della riduzione in schiavitù di interi popoli, di un mondo percorso dai vagoni piombati della deportazione politica e razziale, dei campi di sterminio, dell'annientamento di intere città sotto i bombardamenti: non può in tal modo sfuggire tutto il valore delle affermazioni contenute in Costituzione sui diritti inviolabili della persona, dei doveri di solidarietà economica, politica e sociale, della pari dignità senza distinzione di sesso, di razza, di religione e infine il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Un ulteriore tratto contraddistingue, pensando alla II guerra mondiale, la Costituzione: a fronte di un conflitto che intendeva affermare la volontà di potenza del dominio esclusivo di un popolo e di una razza superiore su tutti gli altri, nella Costituzione si afferma il principio della limitazione della sovranità dello stato nel quadro di un ordinamento che assicuri pace e giustizia fra i popoli. Proiettando questi pensieri sulla terribile realtà del presente non può negarsi la loro estrema attualità. Queste pagine sono vergate nel momento in cui incombe come scelta ormai ineluttabile, nonostante la mobilitazione della maggior parte del mondo, una nuova terribile guerra. Quando esse verranno lette questa guerra sarà stata intrapresa e già se ne potranno valutare i disastrosi effetti. Un'esperienza recente andrà ad unirsi alla memoria di un tragico passato per indicare ancora una volta agli abitanti di questo pianeta che soltanto la via della pace, della solidarietà e della giustizia può salvare l'umanità dalla propria autodistruzione. Il legame fra Resistenza e Costituzione è profondo. Voler ridurre la Costituzione, come oggi fanno molti, a un compromesso fra le idee e le spinte provenienti dai partiti è riduttivo, perché anzitutto essa è ispirata alla responsabilità avvertita dai costituenti di ogni parte di operare per una rifondazione della convivenza politica e civile dell'Italia dopo la tragedia della guerra e l'esperienza negativa del fascismo. Di ciò furono grandi assertori costituenti come Giuseppe Dossetti e Umberto Terracini. Nella fase costituente l'antifascismo diventa positiva affermazione di valori antitetici a quelli per cui il fascismo aveva mobilitato una nazione, quindi il fondamento storico della nostra democrazia non è neutro, bensì antifascista. Se il fascismo fosse stato una parentesi temporanea e irrilevante della storia d'Italia, una transitoria malattia della nazione sarebbe possibile considerare superato il fascismo e, con esso, l'antifascismo. Ma poiché non fu così, in quanto il fascismo ha avuto una profonda influenza sulla realtà italiana, connaturandosi profondamente con essa, l'antifascismo in cui si è sostanziata l'alternativa democratica non può essere sradicato dalla Costituzione e più in generale dalla nostra democrazia. Tutto ciò non significa che nella Costituzione, in particolare nella sua seconda parte che riguarda l'ordinamento della Repubblica, non siano presenti momenti di compromesso o comunque soluzioni che si prestano ad ammodernamenti e rivisitazioni positivi, purché ispirati all'impianto generale della nostra carta fondamentale. Ma è certo che di essa non può essere mutato lo spirito e l'ispirazione, se vogliamo che il nostro sistema democratico corrisponda, specie nel difficile momento che il mondo attraversa, alle esigenze di democrazia che la modernità pone in modo sempre più cogente e inderogabile come chiave di progresso e di sopravvivenza dell'umanità. Per questo Repubblica e Costituzione sono una grande e preziosa eredità del 25 aprile.

Raimondo Ricci   


Vandali o qualcosa di peggio?
Articolo del "Notiziario sestrese"

Continuiamo il nostro lungo viaggio della memoria che ci condurrà tra due anni alla celebrazione del 60° anniversario della Liberazione. Quest'anno Genova ha ricordato il 25 aprile con una bella manifestazione conclusa da Domenici, Presidente dell'ANCI e Sindaco di Firenze. Nella stessa notte di venerdì 25 aprile scorso, un gruppo di vandali armati di bombolette spray ha riversato il proprio disprezzo sulla lapide di Ponte Monumentale, al centro di Via Venti Settembre., tracciando una svastica sotto l'elenco dei partigiani e buttando per terra le corone, depositate solo poche ore prima. In pochi mesi questa è solo l'ultima di una serie di profanazioni di simboli e luoghi della Resistenza in Liguria. A novembre l'ignobile raid nel sacrario della Benedicta con una croce spezzata, con lapidi e muri oltraggiati, con la chiesetta violata. A gennaio le svastiche a Sampierdarena sulle lapidi dei partigiani e una firma inquietante, quella delle "brigate nere Silvio Parodi" (un personaggio della Repubblica di Salò). Alla vigilia del 25 aprile è sfregiata a Garlenda una stele donata da uno scultore tedesco e montata solo pochi giorni prima. Infine l'oscuro episodio della notte del 25 aprile in Via Venti Settembre. La sequenza degli episodi è tale da porre almeno due interrogativi. Il primo riguarda il contesto in cui questi atti sono avvenuti e il clima da cui hanno tratto alimento. Il secondo interrogativo riguarda la natura di queste prodezze che ormai non sono più isolate e possono essere considerate opera di un'area al confine tra la bravata teppistica e la rappresaglia politica. Certamente è consentito dubitare che gli autori siano catalogabili come soggetti inconsapevoli delle proprie azioni, come sbandati alla ricerca di facili emozioni notturne. Prima di tutto qualche riflessione sul contesto e sul clima. Ormai sono chiare le motivazioni politiche dell'offensiva revisionistica, offensiva per altro incalzante, pressoché quotidiana. Consideriamo solo due recenti affermazioni: il 25 aprile sarebbe una ricorrenza che divide gli italiani e la Costituzione della Repubblica manterrebbe tracce di "ispirazione sovietica". Il disprezzo diffuso a piene mani sulla nostra storia democratica nata con la lotta di Liberazione deriva da una vera e propria necessità pratica, più che da un'esigenza ideologica. Una storia repubblicana che al centro ha un forte legame tra Resistenza e Costituzione, rappresenta di per se un ostacolo per chi ormai esplicitamente punta a modificare la prima parte della Costituzione, accantonando principi e valori che reggono da oltre cinquant'anni la convivenza civile nel nostro Paese. A questa destra che cosa non piace della nostra Costituzione? Che cosa è ritenuto "sovietico"? Sicuramente danno fastidio gli articoli che sanciscono che "l'iniziativa economica privata è libera", ma che "non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana" (art.4 1) e che "la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti" (art.42). Non è più gradita insomma una Carta che pone a fondamento della Repubblica il lavoro e non l'impresa e il profitto. Questi sarebbero i tratti "sovietici". Si dimentica che quegli articoli della Costituzione furono discussi e votati, oltre che dai marxisti Togliatti, Di Vittorio e Basso, anche dai cattolici La Pira, Moro, Taviani, Fanfani e Dossetti, nonché dai liberali Luigi Einaudi ed Corbino. Forse anche gli esponenti storici del liberalismo italiano erano succubi dell'egemonia sovietica. Oggi si vuole affermare che chi ha vinto le elezioni (pur non essendo maggioranza nel Paese) ha il diritto anche di riscrivere la Storia, espungendo ciò che non piace, prima di tutto la Resistenza. Per liquidare il patrimonio culturale e politico della Resistenza, occorre prima di tutto imporre la tesi che essa fu un oscuro, tragico e sostanzialmente inutile episodio di lotta fratricida, un episodio che continua a dividere gli italiani. Occorre dunque "pacificare" e soprattutto "parificare": quindi le corone debbono essere depositate anche per i caduti repubblichini, non dai soliti sparuti nostalgici, ma dagli uomini delle istituzioni. Ci sono realtà come la nostra ligure, in cui questi teoremi faticano ad affermarsi. Questa può essere una delle ragioni di atti che puntano ad offendere la memoria, a colpire i simboli, a disprezzare i luoghi. Una volta "dissacrati" i luoghi e i simboli, potrebbe essere più facile passare con l'operazione della rimozione. Il secondo interrogativo, come si detto, riguarda la natura di queste bravate. Possiamo ancora considerarle prodezze di sbandati più o meno giovani? Facciamo nostra la preoccupazione espressa da Raimondo Ricci, Presidente dell'Istituto Storico della Resistenza, il giorno dopo il raid sulle lapidi e le corone di Via Venti Settembre: "La violenza sui simboli può trasformarsi in una violenza peggiore."

Paolo Arvati